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Di fronte ad una
profumata casseruola di coniglio alle olive,
mio padre versò a lui ed a me un bicchiere
di buon Rossese.
Aveva stappato una bottiglia speciale, un
Rossese Superiore; era il momento di
festeggiare, avevo ricevuto la cartolina del
militare e da quel momento entravo a far
parte del mondo degli adulti.
Partire per la leva era un rito di
iniziazione che non lasciava dubbi: eri
pronto a difendere la nazione e quindi eri
un uomo.
Io pensavo alla stagione balneare che stava
finendo ed al bel settembre bordigotto in
cui passare le serate in spiaggia a
raccontarsela con gli amici era il
passatempo migliore che si potesse
immaginare.
"In marina..." mi ripeteva. "In Marina! Come
tuo nonno...".
Ero contento per questo suo entusiasmo e per
un attimo pensai di rispondere che se era
così entusiasta gli avrei lasciato
volentieri il posto. Ma conoscendo gli
spigoli del suo carattere feci buon viso a
cattivo gioco ed annuii sorseggiando il
vino, veramente speciale.
"Vedrai Valerio, vedrai...Una donna in ogni
porto...".
Cercai di immaginarmi questo numero
illimitato di ragazze in attesa in banchina,
alcune sorridenti, altre imbronciate
nell'apprendere che non erano le sole.
Scendendo a terra dalla passerella come
stars, chi vestito di bianco con un
borsalino in testa, altri atteggiati a
guerrieri della notte irresistibili,
incontravano le frementi amanti in attesa da
giorni per avere un bacio ed allontanarsi
abbracciati stretti, come in un film.
Infine scesi io, incrociando gli ultimi
occhi nocciola in attesa seduta sulla bitta.
Era la "mia donna" di quel porto. Un viso
sconosciuto, il pensiero fisso a cercar di
ricordare il luogo in cui ci eravamo
incontrati la prima volta.
Mi resi conto che il Rossese aveva una
discreta gradazione e la mia fantasia ne
aveva approfittato non poco. Continuammo la
cena tra mille raccomandazioni, l'indomani
alle 5 avevo il treno per Livorno.
Per i primi quindici giorni non si parlò di
libera uscita e la sera il pensiero delle
mille occasioni perse mi tormentava.
Immaginavo il lungomare gremito di ragazzi e
ragazze. Queste ultime, secondo quanto
raccontavano le dicerie sentite a casa mia,
erano impazienti di incontrare gli occhi
infuocati di un marinaio.
Ma venne il giorno della libera uscita.
Davanti allo specchio con il rasoio in mano,
ci si confrontava l'un l'altro sulla miglior
destinazione da raggiungere per quella prima
serata di uscita.
Qualcuno parlava di una birreria con ottima
musica, altri puntavano direttamente alla
discoteca.
Allora si iniziava molto prima ad andare a
ballare e la sera alle 21 i locali erano già
pieni.
Maurizio, smaliziato dai racconti di suo
fratello tre anni più grande ed oramai
congedato, proponeva un bar sul lungomare
con parecchi biliardi.
In tono rassegnato asseriva che era inutile
correre dietro le ragazze, il tanto
declamato fascino della divisa in realtà era
una chimera d'altri tempi.
Alla fine, sbarbati e profumati si uscì a
testa alta, ognuno convinto di andar
incontro alla prima vera occasione
indimenticabile.
Ma come Cenerentola, anzi un'ora prima, alle
ventitrè, si doveva rientrare. Alla fine ci
ritrovammo tutti al bar dei biliardi, a
giocare a stecca e bere un amaro. Amaro ben
più dolce di quello che la serata ci aveva
riservato: le ragazze a Livorno schivavano i
marinai come appestati.
Ne avevano, come mi confidò una, le "scatole
piene di essere baccagliate da un'orda di
pinguini profumati".
La domenica successiva decidemmo di cambiare
strategia. Livorno era piena di cadetti
dell'accademia, d'accordo.
Ma Parma, a due ore di treno da lì, non
aveva il mare e quindi il marinaio in divisa
sicuramente avrebbe avuto il suo fascino.
Partimmo in quattro di buon ora, pieni di
speranze. Appena scesi alla stazione
iniziammo il nostro giro verso il centro,
raccontandoci di prosperose parmigiane
incontrate durante le estati, generose e
procaci.
In effetti venimmo avvicinati subito, ma da
una coppia di signori anziani: "Scusate,
vigili, dove si trova la stazione...".
"Per di lì, tutto dritto" dissi io. Ecco,
c'era di peggio che sembrare pinguini. La
nostra divisa era identica a quella dei
vigili urbani di zona e per il resto della
giornata fu un continuo dar informazioni,
per lo più sbagliate o rassicurare chi
lasciava "un attimino" la macchina in doppia
fila, che non sarebbe stato multato.
I giorni trascorsero tutti su questa
falsariga. Chi aveva la ragazza a casa
confidava in una licenza, nelle telefonate
in cabina. Finalmente passarono i sei mesi
di accademia ed ognuno raggiunse la propria
destinazione.
A me toccò la Sicilia, Messina. Avrei
preferito Copenaghen, a dire il vero. O
Barcellona, ma non potendo scegliere ed
essendo quelle destinazioni assolutamente
impossibili mi imbarcai sull'Adige, la
bettolina porta acqua, speranzoso che i
racconti sui gelosissimi padri siculi
fossero leggenda.
Ma come presto mi resi conto, quella fu
tutta un'altra storia. |